Goletta Verde

Stop alle nuove infrastrutture fossili e via libera all’eolico e fotovoltaico per ridurre bollette, emissioni e creare occupazione

La Sardegna si allontana dagli obiettivi della transizione energetica e resta una delle Regioni italiane più dipendenti dalle fonti fossili. L’avvio della metanizzazione, il rinvio della chiusura delle centrali a carbone dal 2028 al 2038 e una legge regionale sulle aree idonee che, di fatto, blocca la realizzazione di impianti a fonti rinnovabili su scala industriale stanno cambiando la traiettoria energetica dell’isola. Una scelta che, secondo uno studio del Politecnico di Milano e delle Università di Cagliari e Padova, fa perdere alla Sardegna l’opportunità di passare direttamente dall’era del carbone a quella delle energie rinnovabili, rinunciando a un beneficio potenziale pari a una riduzione del 39% del costo dell’energia per cittadini e imprese.  

Per questo Goletta Verde di Legambiente, nel suo primo giorno di tappa in Sardegna, è entrata in azione sulla spiaggia di Platamona esponendo lo striscione Più rinnovabili più pace, per ribadire che liberarsi dalle fonti fossili non significa solo contrastare la crisi climatica, significa anche passare ad un modello distribuito della produzione energetica che non alimenta le tensioni geopolitiche per il controllo di gas, petrolio e carbone, spesso all’origine di conflitti e violazioni dei diritti umani. Il caldo record, le piogge torrenziali e i venti violenti degli ultimi anni ci ricordano che non c’è più tempo da perdere: serve accelerare la transizione verso un’energia pulita, sicura e giusta per tutti e tutte. 

Secondo i dati del Pears in corso di valutazione, nel 2024 la Sardegna ha prodotto il 64% di elettricità da fonti fossili e il restante 36% da rinnovabili. Se guardiamo agli obiettivi di decarbonizzazione, la strada da percorrere è ancora molto lunga: secondo il Decreto Aree Idonee, la Sardegna deve raggiungere, entro il 2030, quota 6.264 MW di nuova potenza installata rispetto al 2021. A giugno 2026, secondo gli ultimi dati Terna disponibili, la Regione ha installato solamente 1.332 MW aggiuntivi, pari al 21,3 % del suo obiettivo finale, ed è attualmente in deficit di 548 MW rispetto agli obiettivi intermedi. Continuando con il ritmo di installazioni medio avuto dal 2021 alla fine del 2025, la Regione raggiungerebbe l’obiettivo al 2030 fra 24,3 anni, con un ritardo di ben 19,3 anni. Eppure, grazie a sole e vento, nello scorso giugno il prezzo zonale dell’energia in Sardegna è stato inferiore di 6,8 €/MWh rispetto a quello nazionale (il cosiddetto PUN). Un vantaggio che diventerebbe concreto con la piena applicazione dei prezzi zonali, e potrebbe aumentare accelerando la realizzazione degli impianti da fonti rinnovabili, oggi di fatto bloccati dalla legge regionale 20/2024 sulle aree idonee, oltre che procedendo, finalmente, all’approvazione e realizzazione di una parte degli impianti eolici offshore proposti nel mare sardo. Ad oggi, infatti, secondo la mappatura di Legambiente, sono 30 i progetti di eolico offshore presentati complessivamente, per un totale di 19.144 MW. Il Ministero dovrebbe procedere senza ulteriori ritardi ad una rigorosa valutazione dei progetti per selezionare i migliori e consentirne la tempestiva realizzazione. 

Se sul fronte delle energie rinnovabili la Sardegna ha tirato il freno a mano, su quello delle fonti fossili ha invertito la marcia. La Regione ha, infatti, dato il via alla realizzazione della fase 1 della cosiddetta virtual pipeline (sistema di trasporto del gas che usa veicoli gommati o navi), il progetto destinato a portare il metano nel sud dell’isola. Un’infrastruttura che avrà un impatto economico rilevante: secondo le stime di Terna, costerà agli italiani circa 285 milioni di euro all’anno attraverso le bollette del gas, con un aumento del 9,6% dei corrispettivi di trasporto per tutti gli italiani.  

Tra gli interventi previsti spicca l’installazione, nel porto di Oristano, di una nave rigassificatrice galleggiante (FSRU) da 140.000 metri cubi di capacità e lunga 300 metri. Un’infrastruttura di dimensioni tali da risultare sovradimensionata rispetto allo scalo oristanese: per non superare il limite di pescaggio consentito dal porto, la nave potrà infatti essere caricata solo per poco più della metà della sua capacità. 

Ma il progetto non si ferma qui. La Regione continua a sostenere con forza anche la realizzazione di due nuovi gruppi termoelettrici a turbogas accanto alla centrale a carbone di Fiume Santo. I nuovi impianti dovrebbero essere alimentati da una seconda nave rigassificatrice, della stessa capacità della prima ormeggiata fin oltre il 2050 nel porto di Porto Torres. Una richiesta che si scontra però con la posizione di ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), secondo cui non è giustificato far rientrare queste infrastrutture nella virtual pipeline che non dovrebbero quindi essere finanziate con risorse provenienti dalle bollette degli italiani. La valutazione dell’Autorità si basa anche sulle stime di Terna, secondo le quali, una volta completato il Tyrrhenian Link, la Sardegna non avrà bisogno di ulteriore produzione termoelettrica grazie alla maggiore capacità di interconnessione con la rete nazionale. 

Anche sotto il profilo climatico il quadro appare problematico. La tassonomia europea considera infatti il gas metano un vettore energetico di transizione, ma solo a precise condizioni. Tra queste vi è il rispetto di un limite massimo di emissioni pari a 270 grammi di CO₂ equivalente per kWh, una soglia che gli impianti a turbogas, con emissioni comprese tra 300 e 600 grammi di CO₂ equivalente per kWh, non sono in grado di rispettare. Il risultato è una strategia energetica che, da un lato, rallenta la crescita delle fonti rinnovabili e, dall’altro, punta su nuove e costose infrastrutture fossili destinate a restare operative ben oltre il 2030 e persino oltre il 2050. 

Secondo un recente studio di SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), i soli impianti da fonti rinnovabili oggi in fase autorizzativa avanzata potrebbero generare circa 13.000 posti di lavoro. Il rischio, invece, è che la Sardegna perda l’occasione di diventare un laboratorio della transizione energetica, continuando a sostenere costi dell’energia elevati e allontanandosi sempre più dagli obiettivi di decarbonizzazione. 

“La politica regionale deve scegliere da che parte stare – dichiarano Marta Battaglia e Giorgio Querzoli, presidente di Legambiente Sardegna e responsabile scientifico Legambiente Sardegna. Oggi le decisioni assunte dalla Giunta stanno portando la Sardegna nella direzione opposta rispetto a quella indicata dalla scienza e dagli stessi interessi ambientali ed economici dell’isola. Continuare a investire sulle fonti fossili, per le quali già troppe guerre sono state combattute, mentre si impedisce lo sviluppo delle rinnovabili, significa rinunciare a costruire un futuro più competitivo, sicuro e giusto per la nostra regione. La transizione energetica non è un vincolo imposto dall’alto, ma una straordinaria opportunità di sviluppo industriale, occupazionale e sociale. Chiediamo alla Regione di abbandonare ogni approccio ideologico e di aprire un confronto serio con i territori, le imprese, il mondo scientifico e le associazioni ambientaliste per definire una strategia energetica fondata su rinnovabili, accumuli, efficienza energetica e tutela del paesaggio. La Sardegna ha tutte le condizioni per diventare protagonista della transizione ecologica nel Mediterraneo: continuare a rallentarla sarebbe una responsabilità politica che le future generazioni non potranno permettersi di pagare”. 

“La Sardegna sta diventando il simbolo peggiore delle contraddizioni della politica energetica italiana – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente. Da una parte si proclamano gli obiettivi della decarbonizzazione, dall’altra si continua a finanziare infrastrutture fossili che rischiano di trasformarsi in costose cattedrali nel deserto destinate a diventare obsolete prima ancora di essere realizzate. Negli anni ‘90 la nostra associazione considerava il gas naturale come la fonte fossile di transizione perché le rinnovabili non erano ancora mature sotto il punto di vista economico e industriale. Presentare oggi la metanizzazione della Sardegna come un elemento di innovazione e un gap territoriale che viene superato, quando ormai le rinnovabili sono la fonte energetica più affidabile, economica e sicura a livello mondiale, è a dir poco surreale. Continuare a puntare sul gas significa ritardare la transizione energetica, aumentare i costi per famiglie e imprese e compromettere la competitività della Regione, visto che l’entrata in vigore dei cosiddetti prezzi zonali, che faranno pagare di meno l’elettricità nelle regioni con maggiore produzione di elettricità da fonti rinnovabili, è ormai in dirittura di arrivo”. 

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